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Vibo Valentia

Vibo Valentia capoluogo di provincia, situata nella parte sud-occidentale della Calabria, fu una delle città più importanti della Magna  Grecia, oggi meta conosciuta da un rinomato turismo balneare.

La città di Vibo Valentia sorge su di una collina, a 476 metri sul livello del mare, con una vista panoramica che spazia da Capo Palinuro in Campania fino alle Isole Eolie ed all’Etna in Sicilia. Il territorio Vibonese, per la sua collocazione tra il Tirreno e i Monti delle Serre, racchiude in sé un patrimonio straordinario fatto di bellezze naturali, di storia, cultura e tradizioni.

Incantevole è il centro storico di Vibo Valentia dominato dall’antico Castello normanno-svevo che oggi ospita, al suo interno, il Museo Archeologico“Vito Capialbi”, ricco di reperti archeologici italiani, greci e romani; ceramiche medioevali ed oggetti rinascimentali. Di notevole effetto artistico è sicuramente il Duomo, in stile barocco, e dedicato al patrono San Leoluca, le cui porte in bronzo, opera dell’artista Giuseppe Niglia, raccontano molto sulla storia di questa terra. Interessanti e da visitare sono inoltre le rovine di “Hipponion”, comprendenti le grandi mura del VI e V sec. a.C. e  alcune torri della vecchia città.

Museo Archeologico Statale "Vito Capialbi"

La sede museale è presso il Castello Normanno-Svevo, costruito nel 1070 da Ruggiero il Normanno e successivamente ampliato da Federico II e dagli Angioini. Dopo i danni di un terremoto alla fine del XVIII sec, fu utilizzato come prigione. Dal 1969 l'edificio ospita il museo intitolato al conte Vito Capialbi, illustre studioso ed archeologo ottocentesco vibonese che per primo raccolse nella sua casa una ricchissima collezione antiquaria.

L'attuale allestimento, in ordine topografico e cronologico, comprende materiale proveniente dai recenti scavi della città e della zona, oltre a nuclei antiquari otto-novecenteschi appartenenti a studiosi locali. La collezione è divisa in quattro sezioni principali: reperti dagli edifici sacri, dalle necropoli, dalle collezioni private e materiale d'età romana.

Il Complesso Conventuale di San Domenico e il Museo d'Arte Sacra

Il complesso conventuale, oggi comunemente chiamato "Valentianum" era il convento domenicano di Monteleone, da sempre, considerato uno degli insediamenti più importanti della regione, del grandioso convento, con vasto orto sul retro, restano, oggi, soltanto il grande chiostro quadrangolare, alcune celle al piano terra, le due scale che conducono al piano superiore e parte dell'antica chiesa di San Domenico, oggi adibita ad auditorium. La struttura originaria è risalente al 1455 ma fu ricostruita nel 1543, per volere di Ettore Pignatelli che diede l'incarico della sua fondazione ai frati domenicani Tommaso Gerace e Vincenzo Sgrò. Nella nuova struttura venne inserita la piccola chiesa di Sant'Antonio Abate situata accanto al complesso conventuale che divenne sede anche delle Confraternite di Sant'Antonio e del Santissimo Rosario.ValentianumNella seconda metà del XVII secolo, la chiesetta venne ingrandita con la costruzione di tre navate e fu dedicata a San Domenico.Dal 1543 fino al 1809, anno in cui fu soppresso, il convento esercitò sempre grande influenza nella vita sociale ed ecclesiastica della città.

Il museo è il risultato della volontà popolare di non disperdere il proprio patrimonio artistico. Oltre alle già citate opere provenienti dalla chiesa di San Domenico, vengono custodite opere tra le più importanti dell'arte meridionale, come: le statue bronzee di Cosimo Fanzago (Clusone, 1591 - Napoli, 1678), provenienti dalla Certosa di Serra San Bruno, le due statue superstiti del "Trittico Gagini", le tele dei celebri pittori monteleonesi, come: Emanuele Paparo, Brunetto Aloi e Silvio Enea Strani, o le opere attribuite ad importanti pittori napoletani, come: Paolo de Matteis e Francesco Curia, o ad altri celebri artisti calabresi come lo scultore polistenese Francesco Jerace, attivo a Napoli e Roma, oltre ai tanti paramenti sacri, alcuni di ottima fattura ed i molti oggetti liturgici e di pietà popolare tra i quali spiccano le belle argenterie di scuola napoletana. Splendida è la mitria di S. Leoluca di Mattia Condursi, datata 1854. Oggi la struttura conventuale ospita, anche, la nuova sede della Camera di Commercio di Vibo Valentia.

Chiesa di Santa Ruba

A pochi chilometri dal centro urbano di Vibo Valentia si trova la chiesa comunemente denominata Santa Ruba. In realtà la chiesa è dedicata alla Madonna della Sanità e si pensa che il nome Santa Ruba derivi da Santa Rupe, riferendosi alla rupe su cui essa sorge. Sulla sua origine si è dibattuto per anni, ma, secondo recenti scoperte, pare che un documento testimoni che nell’anno 1610 il notaio Ottavio Giovane fece richiesta per la costruzione della chiesa, al Viario Generale dell’Abbazia benedettina di Mileto del tempo, Giovanni Andrea Strati. Dal documento si evince la richiesta della creazione di un oratorio che sarebbe dovuto sorgere sul luogo denominato “Santa Ruba”, sullo stesso luogo non c’era alcun edificio sacro preesistente e, infine, la chiesa doveva servire per le popolazioni dei casali viciniori. Alla richiesta del notaio segue la risposta da parte dell’Abate Strati, Vicario Generale dell’Abbazia di Mileto, contenente la licenza di costruzione. La chiesa fu popolata dai monaci basiliani fino al 1908, quando, in seguito ai danni dovuti al terremoto, questi ultimi dovettero abbandonarla. Per anni rimase in rovina, fino al suo restauro e alla riapertura alle funzioni religiose avvenuti nel 1977. Intorno alla chiesa è nata anche una leggenda secondo la quale la chiesa fu fatta costruire dal Conte Ruggero il Normanno per farsi perdonare, dal Papa suo fratello, un grosso peccato commesso. Il Conte morì, però, proprio mentre il Papa veniva da Roma per benedire la chiesa. La notizia della morte fu taciuta, dalla consorte del conte, al Papa, per paura che questi cambiasse idea e non venisse per la consacrazione. Appurata la verità ed infastidito della cosa, il Papa maledisse la cognata presagendole una atroce morte. Un serpente le avrebbe roso il cervello. La Contessa supplicò di perdonarla o, non potendo evitare la maledizione, almeno che questa si avverasse dopo la morte. Sperando di eludere l’anatema si fece costruire una tomba nel duro marmo, ma il serpente penetrò ugualmente e la profezia si avverò. Questa leggenda forse si ricollegava alla venuta in Calabria del Papa Callisto II.